UN RICORDO: 6 MAGGIO 1990

UN RICORDO: 6 MAGGIO 1990

Autore: Antony Russo

Era il 6 dicembre 1990, ore 10:33. 

Probabilmente ero troppo piccolo per poter ricordare. 

Forse quanto accaduto è conservato nel mio inconscio, dove vengono conservati i ricordi infantili.

In quel piccolo scrigno nel quale vengono rinchiusi le esperienze prenatali e infantili, prima che quel “crepuscolo” venga illuminato dalla coscienza.

Tant’è che, trovandomi a conoscere di questa storia negli ultimi due anni, ho chiesto a coloro che potessero aver ascoltato la notizia se ricordassero qualcosa, per carpirne le emozioni provate, ma non  ho trovato nessuno che conservasse memoria di quel giorno. 

Forse è stato il mio senso di inquietudine nell’apprendere che tutto era stato dimenticato a spingermi a credere che la tragedia forse serbata nel mio inconscio. È come voler riconoscere giustizia a quanti di loro avevano perso la vita e  (che)  avevano subito una seconda onta, a causa di quella incolpevole dimenticanza. 

Ad oggi, a quanto ho potuto constatare, solo nel paese teatro di quanto accaduto e in quelli nelle immediate vicinanze si commemorano quelle 16 vittime tra i 14 e 15 anni.

Quel 6 dicembre 1990 alle ore 9:48, in un mattino come tanti altri, dall’aeroporto di Verona – Villafranca (196 km da Casalecchio di Reno) prendeva il volo un Aermacchi MB-326 dell’Aeronautica Militare italiana per una missione di calibrazione di alcuni sistemi di difesa aerea, pilotato dal sottotenente Bruno Viviani, 24 anni. 

Avrebbe dovuto sorvolare l’abitato di Borgoforte (96 km da Casalecchio di Reno) e virare in direzione di Rovigo (87 km da Casalecchio di Reno).  

Il pilota, riscontrando alcuni problemi tecnici al motore, costretto ad abbandonare la missione alle 10:23 prese contatti via radio con la torre di controllo di Ferrara alla quale, dichiarando l’emergenza, chiese il permesso di atterrare ma l’aeroporto era dotato di una pista insufficiente. Viviani si vedeva, pertanto, costretto a dirigersi a 40 km di distanza da dove si trovava, verso l’aeroporto di Bologna al quale aveva dichiarato l’emergenza e chiesto, nuovamente, il permesso di atterrare.  

Otto minuti dopo il motore aveva smesso di funzionare ed il veicolo era in fiamme. Questo è quello che veniva comunicato dal sottotenente via radio, pochi istanti prima di attivare il seggiolino eiettabile. 

Il velivolo pilotato da Viviani (con alle spalle 740 ore di volo, di cui 140 sull’MB-326), un areo biposto da addestramento, era in servizio dal 1960: quanti voli aveva già fatto prima del 6 dicembre 1990? Era una mera missione di calibrazione di alcuni sistemi di difesa aerea, cosa poteva accadere? Per quale macabro disegno del destino, nonostante non dovesse in alcun modo trovarsi a sorvolare i cieli di Casalecchio di Reno (le distanze sopra riportate ne sono l’inconfutabile prova) si trovò a finire rovinosamente, alle ore 10:33, ormai completamente privo di controllo, contro la succursale dell’Istituto tecnico Gaetano Salvemini, colpendo la classe 2ª A, all’interno del quale si trovavano 16 alunni?  

Di essi 12 rimasero uccisi sul colpo, mentre gli altri 4 e l’insegnante di tedesco furono gravemente feriti. 

Al momento dell’impatto all’interno di quell’edificio c’erano 285 studenti e 32 adulti (tra professori e personale scolastico). 

Il velivolo, in fiamme, sfondò il muro posteriore dell’aula finendo nell’atrio della scuola. Il fuoco e il fumo si propagarono per tutto l’edificio intrappolando le persone al piano superiore. 

Degli 88 feriti ricoverati in ospedale 72 riportarono invalidità permanenti. Molti degli occupanti dei piani superiori rimasero feriti saltando giù dalle finestre per sfuggire al fumo acre sprigionatosi nell’incendio. 

Quanto accaduto, negli ultimi due anni, mi è stato raccontato diverse volte. Ho appreso che quella classe divenne “L’aula della Memoria”, perché si è deciso di non eliminare lo squarcio, ma di lasciarlo a testimonianza dell’accaduto. Veniva semplicemente posto un vetro a protezione dalle intemperie del tempo. Quella stanza ora ospita una scultura raffigurante 12 gabbiani in volo a simbolo delle dodici persone scomparse nella tragedia. Ogni anno il Salvemini, che ha cambiato sede, commemora le vittime con una messa, alla quale partecipano coloro a cui il fato decise di risparmiare la vita, il 6 dicembre. 

All’inizio del racconto ho coscientemente parlato di 16 vittime, perché sono convinto che i “sopravvissuti” della 2ª A, sebbene ad oggi possano godere di quanto agli altri è stato sottratto, non possano non serbare nel cuore una ferita, difficilmente da cicatrizzare, della spensieratezza adolescenziale che crudelmente gli veniva strappata portandosi via gli amici di tutti i giorni. 

Sebbene ne fossi venuto a conoscenza da due anni, è stata in occasione di “Noi ti ricordiamo così” il secondo memoriale “Dario Lucchini” (una delle vittime del 6 dicembre 1990), che questa tragedia ha fatto breccia nel mio animo. Forse a causa della commozione generale e palpabile che si respirava o del turbamento percepibile dalla voce dell’oratore. Probabilmente c’è stato tutto questo, unitamente alla canzone agli alunni dedicata. 

L’arte si dice essere la lingua capace di colloquiare con il proprio inconscio. Chissà sia stata proprio quella la chiave capace di aprire lo scrigno dei sentimenti legati a quei ricordi serbati nel profondo. Non potendo giungere alla mia coscienza, potrebbero essere sorti proprio sottoforma di emozioni dolorose. 

Il brano Per sempre Giovani di Stefano “Cisco” Belotti è stato capace di toccare, in me, le medesime corde sfiorate da Auschwitz dei Nomadi.( cantata dai Nomadi, ma scritta da Guccini..?) Ve ne lascio qui sotto il testo sperando che, leggendo, possiate ricordare affinché possano viver tutti almeno nella memoria. 

Un biglietto nella smemo questo è solo per te
Aspetto la terza ora per chiederle perché
Silvia la sa lunga mi ha detto vuole te
Chi sa quale professore spiega l’amore cos’è?

Tra Sasso e Casalecchio il walkman gira e va
La cassetta di Fabio suona bene quel che sa
Come i miei pensieri che cosa le dirò?
Il cuore batte forte non capisco cos’ho

Poi d’improvviso il sole scomparve
Non sentiremo la campanella suonare
Neppure un attimo per salutarsi
Colpiti alle spalle senza voltarsi

L’alba arriva in fretta se studi fino a tardi
Dal finestrino si vede il Salvemini
Che poi me lo sento la prof chiama me?
Devo rimediare a quel maledetto tre

Ma tu vai a capire che ne so io delle Ande
Io che a mala pena mi oriento in Piazza Grande
Ma stavolta problemi non ce ne sarà
Farò felice mamma e papà

Ma il nostro tempo finisce qui
Alle dieci e trenta di un giovedì
E non vedremo più il nostro domani
Per sempre giovani per sempre uguali

E pensare che a scuola non ci volevo venire
Quel mal di testa mi faceva impazzire
Ma chi sa se lei mi ha poi visto o cercato
Le ho detto in musica “sono innamorato”

La prof che spiega ma non sento niente
Il banco di Marta è troppo distante
Le ore non passano a muoversi è il destino
Si volta e mi guarda per un ultimo sorriso

Eppure noi volevamo volare
C’è una materia che non si può insegnare
Fatta di attimi che fuggon tra le dita
In un libro bianco chiamato vita

Però il nostro tempo finisce qui
Il cielo è caduto di giovedì
E non vedremo più il nostro domani
Per sempre giovani per sempre uguali
E non vedremo più il nostro domani
Per sempre giovani per sempre uguali