SCRIVERE? UN ATTO D’AMORE E DEDIZIONE

SCRIVERE? UN ATTO D’AMORE E DEDIZIONE

Autore: Stefano Luigi Cantoni

Nell’era della digitalizzazione credo sia necessario riflettere qualche istante sul significato più profondo del verbo “scrivere”. Senza voler annoiare troppo, esso deriva dal latino scribere che, letteralmente, significa “incidere, lasciare dei segni.”

Già da questa prima definizione, tutt’altro che scontata, possiamo dedurre la profondità e l’importanza di questo gesto, che sin dall’antichità ha rappresentato il veicolo principale per mettere in contatto gli uomini e le loro emozioni, paure e aspirazioni. Una storia lunga una vita, ma che dico, antica quanto il mondo stesso, quella della scrittura: un percorso millenario nato da alcune tavolette di cera e giunto sino agli schermi touch dei nostri smartphone.

Ciò che colpisce, lanciando uno sguardo alle differenti epoche storiche, è il rapporto che c’è sempre stato tra l’uomo e la scrittura. Essa sin dalla sua comparsa ha rappresentato una vera e propria rivoluzione, una svolta unica in grado non solo di rendere possibile la comunicazione tra esseri della stessa specie (si, perché per quanto ci sentiamo superiori a tutti noi umani siamo e resteremo sempre una “specie animale”) ma anche e soprattutto capace di fissare nel tempo l’esistenza.

Il senso del tempo che scorre, l’ansia della fine, il tanto antico quanto tristemente attuale “horror vacui” (la paura del vuoto) sono temi moderni, anzi eterni, in quanto da sempre intaccano ciò che di più fragile (e, forse, prezioso) appartiene all’essere umano: la serenità. 

La scrittura si presenta quindi come un atto attraverso il quale poter lasciare un segno, una traccia del proprio (ahimè breve) passaggio terreno: una ricerca di senso che proprio nel contatto fisico e materico tra penna e carta (oggi diremmo tra tastiera e schermo) trova la sua più pura e immediata consacrazione.

Un atto di dedizione, a volerla dire tutta: scrivere non è come riempire il sabato al parco giochi o sgambettare pavoneggianti nel centro tutto sanpietrini che squarcia in due il vuoto delle vetrine chic. Scribere, come direbbero i nostri antenati, è incidere, marchiare, segnare per sempre qualcosa che, altrimenti, volerebbe via. E per un gesto tanto intenso è richiesto un impegno altrettanto importante.

“Verba volant, scripta manent” diceva parecchi secoli fa Caio Tito in un suo celebre discorso dinanzi al Senato romano, a riprova di quanto sia anche rischioso, talvolta, mettere per iscritto le parole fin lì pronunziate solo a voce. Una volta messe su carta, quei simboli grafici assumono carattere di inconfutabilità ed invincibilità: in una parola, divengono eterne.

Ma le parole, oltre che dedizione, richiedono anche responsabilità, per non dire amore. Dedicarsi anima e corpo alla scrittura richiede sacrificio emotivo e presa di coscienza intensa e ferma, perché la scrittura è simile a un’amante pretenziosa e civetta che, con un solo flebile movimento delle labbra, è in grado di condurci ove desidera.

Come le sirene per Ulisse, par quasi impossibile e disumana prova fisica contrapporsi al suo richiamo che, spesso, diviene oltremodo insistente, specie nei momenti meno indicati: nel cuore della notte, a un pranzo di lavoro, alla guida della nostra auto nell’ora di punta.

Taccuini, agende, foglietti, penne, persino note di testo dei tablet: tutto vale pur di fermare quell’attimo per iscritto, fissarlo su un qualcosa di fisico, di tangibile, al riparo dal vento che potrebbe far volare via parole solo pensate e non ancora marcate, proprio come capita nelle storie d’amore più autentiche e sofferte.