RENZO E LUCIA: UN MATRIMONIO MAI CELEBRATO

RENZO E LUCIA: UN MATRIMONIO MAI CELEBRATO

Autore: Stefano Luigi Cantoni

Olate, anno domini 1630, un giorno di novembre

L’alba d’inizio inverno stava per schiudersi come un occhio divino quando don Abbondio, madido di sudore, aprì gli occhi, corroso da un’arsura che pareva bruciargli gola e palato alla stregua di un indomabile incendio. Recuperò a stento una caraffa d’acqua e ingollò un paio di robuste sorsate, come se non bevesse da giorni. Nell’alzarsi per andare in bagno, un violento capogiro lo colse alla sprovvista, obbligandolo a risedersi sul letto. La sua mente, ancora stralunata per la notte tutt’altro che riposante, iniziò a ricomporre, a poco a poco, il mosaico della sera precedente. A poco a poco il film della memoria iniziò a proiettare dinanzi ai suoi occhi ancora semichiusi una sequenza di immagini, volti, suoni e profumi che non fecero altro che acuire il suo stordimento. Brindisi e balli, serviti tra una portata di tortelli fumanti e un cappone ripieno, fecero prepotentemente capolino nell’anticamera dei ricordi, provocandogli un senso di nausea. Nel ricordare la serie infinita di calici che erano passati per le sue mani tozze e sudaticce fu colto da un urto di vomito che lo costrinse a correre alla toilette, dove rimise quel poco che restava della cena consumata qualche ora prima. Gattonando a fatica verso il lavabo, puntò le ginocchia a terra e, a guisa di goffo animale, riuscì con un gesto tutt’altro che elegante ad aprire il rubinetto. Immerse il capo sotto l’acqua gelida, nella speranza di riprendersi al più presto. Aveva dato loro la sua parola e, dopo tutte le disavventure in cui era stato coinvolto, non poteva scivolare proprio sul più bello, soprattutto ora che quel prepotente di don Rodrigo era passato a miglior vita.     Finalmente, in quello spazio di cielo e di mondo, sposando quei due ragazzi, avrebbe potuto mettere anche la sua firma sulla Storia.                                       Fu così che, rinvigorito da tal proposito, tornò in camera e aprì l’armadio, in cerca dei paramenti con i quali avrebbe officiato a quella cerimonia tanto attesa. Ignorando la testa pesante e le sudorazioni profuse figlie dell’indigestione, si infilò camice e casula dorata e mosse verso l’uscita del piccolo appartamento, convinto che nulla si sarebbe più frapposto tra lui e il compito solenne a cui il Signore l’aveva chiamato. Percorse i primi metri del ciottolato barcollando come una canna al vento, vittima dei balordoni dovuti ai bicchieri di troppo trangugiati qualche ora prima, nella sera più bella della sua triste e umile esistenza. Perché, in fondo, di quello si trattava.                   Di tristezza e di umiltà. Una pozzanghera ghiacciata, illuminata dai primi timidi raggi, si materializzò come vaporosa visione dinanzi ai suoi occhi umidi, testandone i riflessi. Il curato, che già di per sè non brillava in destrezza e agilità, abbacinato dai fumi dell’alcol non si accorse dell’ostacolo e scivolò sul ghiaccio finendo con le natiche a terra, il che provocò le risatine di due garzoni intenti a ramazzare il vicolo. Don Abbondio si rimise in piedi e, asciugatosi in qualche maniera i paramenti liturgici, proseguì con passo vacillante la sua marcia verso la chiesetta dei Santi Vitale e Valeria dove lo attendevano i due giovani che, di lì a poco, avrebbe unito per sempre nel sacro vincolo del matrimonio. Tutto a un tratto un urlo disperato lo fece voltare, pochi istanti prima che una carrozza lo travolse in pieno facendogli battere con violenza il capo a terra. Il cocchiere scese e, in preda al panico, cercò aiuto, ma la gente attorno pareva essersi dissolta, sparita, volatilizzata. Un rivolo di sangue iniziò a colare fuori dalla nuca del curato tratteggiando così, in quella mattina nebbiosa, i contorni di una Storia ben diversa. Una Storia triste, incompiuta.                                                            Come quel matrimonio che non fu mai celebrato.