MILAN KUNDERA: LA PESANTE EREDITA’ DELLA LEGGEREZZA

MILAN KUNDERA: LA PESANTE EREDITA’ DELLA LEGGEREZZA

Autore: Stefano Luigi Cantoni

Tristezza e gratitudine si mischiano in queste ore che seguono la morte di uno dei più grandi scrittori che il nostro Novecento abbia avuto la fortuna di abbracciare. Milan Kundera si è spento all’età di 94 anni, lasciando un vuoto non facile da descrivere in queste poche righe che ci sono concesse a guisa di doveroso omaggio.

Nato a Brno nell’anno della crisi economica più profonda del secolo scorso (1929), lo scrittore originario della Repubblica Ceca pare aver respirato sin dal primo vagito quell’aria di vuoto esistenziale (e globale) che avvolgeva il mondo in seguito al crollo della borsa americana. Una destabilizzazione inconscia che iniziò a sporcargli le vene, minandone a priori certezze, speranze e sorrisi.

I più superstiziosi sosterrebbero che ciò sia dovuto al giorno della sua nascita (primo aprile), ma non credo troppo agli scherzi così ben riusciti: il dolore di Kundera ben presto avrebbe preso corpo e sostanza nella primavera di Praga, tingendosi di quel dolore e di quella brutalità che mai si sarebbe levato di dosso.

Un peso che lo spinse a schierarsi e a mettersi in gioco a rischio della sua stessa vita, difendendo l’unico valore per il quale avrebbe sacrificato l’esistenza: la libertà. Perse il lavoro, si trasferì a Parigi (dove l’11 luglio si è spento) e, conscio del male che attraversava il lato meno luccicante dell’uomo, si affidò alla letteratura in tutto e per tutto.

Restio a pensare che tutto avvenga per caso, mi piace soffermarmi su un dettaglio: “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, il suo best-seller tradotto in oltre 40 Paesi, è stato pubblicato nel 1984, in piena ripresa economica (il boom degli anni ’80). Ironia, non trovate? 

Una costante tensione verso un respirare profondo è ciò che viene in mente pensando a Kundera: un anelare commovente e meravigliosamente umano verso un porto di salvezza in grado di accogliere e sanare (o, almeno, medicare) le ferite individuali e collettive.

Una ricerca senza fine che, presto, si è tramutata in amara accettazione del moderno esistere: la leggerezza di Kundera è la presa di coscienza che il vivere sia sinonimo di pesantezza, impegno fisico e sudore, necessari attributi per uscire da una costrizione globale (e, oggi come non mai, individuale) che avvolge ogni essere pensante.

La leggerezza, dunque, divenne per lui “insostenibile” proprio per il cappio che poneva al collo di chi la sfiorava, vuoi con il pensiero vuoi con la strenua difesa di ogni forma di libertà: da qui la necessità intima di affidarsi alla letteratura, dando vita a un universo differente rispetto a quello reale. Una sorta di “mondo alternativo” (in pieno stile Cervantes, Melville e Joyce) capace di farci sopportare quel peso: ma come può essere possibile tutto questo?

Attraverso le domande. Un romanzo ben scritto smuove l’intelligenza, la curiosità e i dubbi non solo in chi ha la fortuna di leggerlo ma anche in chi, quelle righe, le ha scritte per davvero. Un’arma preziosa e oltremodo potente per allentare lo strozzo alla gola che tutti noi, a proprio modo, prima o poi sperimentiamo.

Giunto al termine di questo mio breve intervento, non mi resta dunque che chiudere con alcune parole di Kundera che, forse, racchiudono anche il senso di queste poche ma sincere righe di omaggio: “La stupidità della gente deriva dall’avere una risposta per tutto. La saggezza del romanzo deriva dall’avere una domanda per tutto.”