LA TENTAZIONE DI TORNARE

LA TENTAZIONE DI TORNARE

Autore: Stefano Luigi Cantoni

Alessandro Baricco, nel suo romanzo Seta, ci lascia uno spunto di riflessione che, per un amante dei viaggi letterari come il sottoscritto, profuma di occasione troppo ghiotta per non esser colta: “É sempre difficile resistere alla tentazione di tornare, non è vero?”

Nell’immaginario collettivo (e non solo) una delle figure più amate e infinitamente condivise dall’inconscio di tutti i lettori è quella dell’eroe che fa ritorno a casa. Il nòstos, per dirla come i Greci, è un ricongiungersi non solo col proprio passato e con la propria terra ma anche con la parte più autentica di sé.

Da qui la nostalgia, unendo le parole elleniche nòstos e àlgos, rappresenta uno dei sentimenti più antichi ormai presenti in milioni di romanzi, racconti e rivisitazioni narratologiche: il dolore del ritorno. 

A tal proposito, un eroe su tutti ha fatto breccia nel mio cuore di imperterrito classicista: Ulisse. Il protagonista dell’Odissea incarna l’evoluzione umana e psicologica di un uomo dell’VIII secolo a.C. che tanto è vicina al sentire moderno. 

Egli rappresenta infatti un individuo che, seppur forte e scaltro (Omero lo definisce Polytropos, dal multiforme ingegno), racchiude in sé un valore che il suo predecessore Achille non aveva: la tensione costante tra il desiderio di tornare e un presente intriso di lontananza.

Da qui inganni, mistificazioni, colpi d’ingegno che cercano di rimandare in tutti i modi l’approdo all’unica terra che davvero il nostro eroe sente (o dovrebbe, o vorrebbe sentire) come sua: Itaca. Ulisse incarna, per noi che viviamo oggi, il fascino irresistibile del tempo che si ferma, sospeso tra il tempo della partenza e quello del ripensamento.

Un tempo che profuma di avventura adolescenziale, di fuga dalla cappa del quotidiano e, nondimeno, di ricerca spasmodica e necessaria di un vivere autentico. Questo è Ulisse, questo è l’eroe che viaggia: non solo sequenza archetipica da rispettare, a volerla mettere nero su bianco, ma anche magia dell’abbandono.

Lo stesso che prova Ulisse nel suo peregrinare, sempre diviso tra il desiderio di conoscenza e scoperta d’altri mondi (e ci arriva eccome, alle Colonne d’Ercole…) e il richiamo bruciante verso la nostalgia di casa, della moglie, dei ricordi, in una parola di sé.

Non vi sono armi contro la tentazione del ritorno, contro il desiderio spigoloso e crudo di rimetter piede nella nostra esistenza: a nulla o quasi vale la dimenticanza, che Ulisse sperimenta o tenta nel corso del capolavoro omerico, perché l’inchiostro di ogni sua partenza è impresso nel suo stesso sangue.

Come uscirne? Col sogno, naturalmente: lo stesso che anima le notti insonni di tutti noi che cerchiamo di dar senso alle nostre storie, perché dolore e malinconia, angoscia e paura sono passaggi obbligati nel viaggio verso approdi finalmente sicuri.