LA FOLLIA LETTERARIA COME SALVEZZA

LA FOLLIA LETTERARIA COME SALVEZZA

Autore: Stefano Luigi Cantoni

Philip K.Dick, nei suoi Aforismi, dice che “a volte la risposta appropriata alla realtà è diventare pazzi.” Non addentrandomi nello sterrato fuorviante (e a me estraneo) della psicanalisi, mi piace però soffermarmi sulle implicazioni letterarie che questa massima suscita nel sottoscritto.

Mi sovviene all’istante il canto XXVI dell’Inferno nel quale Dante definisce il viaggio di Ulisse e compagni come “folle volo”. La follia, per il sommo poeta, sta sia nello sfidare i limiti del sapere (“acciò che l’uom più oltre non si metta”) sia, paradossalmente, nel rispondere con lucida incoscienza a un destino di dolore e lontananza dagli affetti, di cui Ulisse è triste e celebre vittima.

Uno slancio necessario, dunque, affinché l’uomo ritorni misura stessa del mondo in cui vive: come non ricordare a tal proposito L’elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, dove l’intellettuale e scrittore umanista, uscito ormai dall’ipsedixit aristotelico di stampo medievale, “libera i padri dalle catene” (ossia ridà vita e dignità ai grandi ideali compresa la follia.)

Commovente, qualche secolo più tardi, risulterà poi la “lucida follia” del Don Chisciotte di Cervantes: nel suo capolavoro barocco, l’autore ci regala uno dei momenti più alti dell’intera storia letteraria. Nel Quijote la pazzia diviene melanconia, tristezza e completa mancanza di compromesso con il mondo: il valore sta nel combattere una battaglia che si è quasi certi di non vincere, unico veicolo per rendere meno opaco il reale. Una follia che rende meno cinici, obbligando chi la sperimenti a uscire dall’inferno del quotidiano che spesso ingloba tutti noi: Don Chisciotte della Mancia ne fa una questione di vita e, al tempo stesso, di morte. 

E, perdonatemi, non è forse follia quella di Dorian Gray nell’ostinarsi a non invecchiare? La natura è incorruttibile, altro che patti col demonio. Wilde centra in pieno il dramma della caducità e ci regala, alla sua inconfondibile maniera, una lettura tragicomica di assoluto livello: fermare il tempo equivale a una delle forme più elevate di pazzia.

La pazzia che, nel Novecento, odora di puzzo e urla, le stesse che angosciano i manicomi nei quali, per notti interminabili e insonni, ha vissuto un poeta immenso come Dino Campana. Il suo vagabondare doloroso e solitario da un treno all’altro ne ha fatto l’emblema di un disagio interiore sordo e difficile da spiegare. Un male di vivere tipicamente novecentesco che nell’inadattabilità dell’essere umano al mondo ha avuto il culmine della sua tragicità, resa a tratti meno aspra dal soave dondolio della follia, arma letteraria tra le più nobili e occasione preziosa per scoprirsi autentici.