LA CANCEL CULTURE NON ESISTE

LA CANCEL CULTURE NON ESISTE

Autore: Lorenzo Grazzi

Si parla sempre più spesso di cancel culture, un fenomeno preoccupante che ha lo scopo di epurare la maggior parte delle forme artistiche da concetti ed espressioni che possono offendere una certa comunità o minoranza. Ma è davvero così?

Facciamo un passo indietro e torniamo alle origini, ossia ai soliti Stati Uniti che quando si tratta di inventare mode e neologismi certo non riescono a restare indietro.

Il termine cancel culture nasce proprio negli States ma è completamente diverso da quello che immaginiamo: la traduzione letterale, infatti, lascia il campo a un sentire comune per il quale cancel culture significa “ti cancello!” e prende piede nel 2014 quando il discografico Cisco Rosado dice in diretta tv alla sua fidanzata Diamond Strawberry “You’re cancelled”, non esisti più. Doveva averla fatta grossa!

Da qui l’espressione passa rapidamente nel gergo da social e indica la sospensione del sostegno a chi si comporta in maniera offensiva.

In pratica si applica a personaggi famosi che escono un po’ dal seminato e consiste nel togliere loro il follow, relegandoli all’anonimato. 

Se prendiamo la Treccani scopriremo che lo stesso significato è espresso in italiano: “Atteggiamento di colpevolizzazione, di solito espresso tramite i social media, nei confronti di personaggi pubblici o aziende che avrebbero detto o fatto qualche cosa di offensivo…”.

Aspettate… c’è qualcosa che non torna. 

Non si parla d’altro che di cancel culture accusando questo fenomeno di riscrivere la storia, modificare la cultura, interferire con la narrazione sociale, ma non mi sembra questo il significato. Proseguiamo.

La cancel culture nasce quindi come protesta sacrosanta, una censura dal basso verso le classi sociali che esprimono opinioni offensive. 

Insomma, se la Ferragni domani scrivesse su un social un post offensivo per la comunità afroamericana, per esempio, i suoi follower in disaccordo potrebbero applicare la cancel culture fuggendo in massa dai suoi profili ed eliminando in poche ore il suo potere mediatico.

In America è già accaduto a diversi influencer che nel giro di poche ore si sono ritrovati in bancarotta per via delle loro opinioni più che discutibili sulle minoranze etniche o le comunità LGBTQ+.

Ma cosa centra questo con la censura dei classici Disney o dei romanzi di Agatha Christie? Proprio niente. Questa è la tragica realtà.

Le scelte aziendali sono, appunto, solo scelte aziendali che non hanno nulla a che vedere con la cancel culture.

Può essere che alcune aziende, timorose di incappare in questo fenomeno, decidano di autocensurare i loro prodotti: è il caso della Lego che ha sospeso la vendita delle centrali di polizia negli States dopo la morte George Floyd nel 2020 a seguito di un pestaggio da parte di agenti fuori controllo.

È anche il caso del film Tutti i soldi del mondo, nel quale le scene con Kevin Spacey sono state girate una seconda volta con un nuovo attore dopo le accuse di molestie a carico di Spacey.

È il caso anche di Thoper Dimaggio, modello all’apice della carriera accusato di molestie e scaraventato in un colpo di clik nel dimenticatoio dai fan e licenziato da ogni collaborazione (credo di averlo visto sotto un ponte di recente).

C’è poi la cancel culture all’italiana (sì, perché per noi il cattivo è sempre lo straniero, anche linguisticamente parlando, non siamo mai noi che non ci capiamo niente!).

Qui il fenomeno è inteso come censura, boicottaggio della Storia (come se fossimo un popolo che della Storia ha fatto tesoro, peraltro).

Ma non è forse questa sbagliata interpretazione della cancel culture (che nessuno si sogna di correggere, per-l’amor-di-dio!) già una narrazione forzata e contorta della realtà?

Non è forse questa idea sbagliata che ci priva della capacità di scelta che per la prima volta, forse, ci mette nella condizione di scegliere dal basso i nostri idoli e gestirli a seconda della nostra morale (e non viceversa)?

Perché se consideriamo la cancel culture un problema sociale, invece che una risorsa, non vi faremo mai ricorso, non esprimeremo mai la nostra libertà di scelta, mentre se fossimo coscienti del suo potenziale potremmo sancire vita e morte di aziende poco virtuose (che ne sarebbe di Amazon se tutti quelli che non sono d’accordo con lo sfruttamento dei dipendenti togliessero il follow alle pagine e non acquistassero più i suoi prodotti?), di VIP con delirio di onnipotenza (che fine farebbe il Briatore di turno se la sua ostentazione di ricchezza gli costasse migliaia di follower?) e politici caciaroni (qui c’è solo l’imbarazzo della scelta, in effetti).
Tienili ignoranti e li porterai ovunque