(IM)PERFEZIONE E LA SUA IPOCRISIA

(IM)PERFEZIONE E LA SUA IPOCRISIA

Autore: Antony Russo

ATTO SEI

Assoluzione. 

Ho scontato ogni mio peccato. 

Ho sudato ogni giorno, letto, studiato e approfondito ogni anfratto recondito e nascosto della mente umana, nel limite delle mie possibilità e con il supporto di studiosi e studiati.

Guardo il mio diario di bordo, un’accozzaglia di appunti sparsi con cui ripercorro i mesi vissuti. 

È quasi passato un anno e ci sono riuscito. 

Ripercorro le pagine arricchite da fotografie. 

Alcune di esse mi ritraggono.  

Mi rendo conto di quanto il mio fisico risultasse finto: perfetto nella sua imperfezione, ma ero tanto cieco e annebbiato dalle droghe e dalla mia ferita da non riuscire a vedere veramente. 

Ora lo noto, ora ne sono sicuro. 

Naturalmente ho perso parecchio terreno da quei risultati, ma ce la sto mettendo tutta per arrivare a essere la migliore versione di me. Senza ansie e senza pretese. 

A volte ci ricasco, soprattutto quanto riguardo quello che ero, ma dura una frazione di secondo. Mi sovviene subito un pensiero: allora ero così ottenebrato da non riuscire comunque a essere soddisfatto. 

Forse riesco a esserlo più ora. 

Ho combattuto contro la dipendenza, senza la necessità di far uso di psicofarmaci o altri medicinali. Sarebbe stata una validissima scorciatoia, ma io combatto. 

Perché ho deciso di vivere ogni singola emozione, sia essa di dolore o felicità. 

Sradicando così le radici profonde della sofferenza. 

Ora vivo il momento attuale. Tengo in mano il mio diario e osservo un fiore. 

Per anni sono stato qui fermo, nel medesimo punto, ma non avevo mai notato quella pianta e la bellezza dei suoi germogli. 

Spesso si è così concentrati a pensare a passato e futuro da perdere le bellezze di quanto si ha e ci circonda nel qui e ora. 

Mi sono ritrovato con una manciata di amici, quelli giusti. 

Ancor meno di quando tutto era finito o forse cominciato. 

Ho scorto le bellezze dell’amore quello vero. 

Quello che non se ne va. 

Quando lo fa di fronte alle difficoltà, è perché semplicemente non lo è. 

Ci si trova dinnanzi ad altro. 

Bisogno, divertimento, opportunismo. 

Ma non è amore. 

Ho finito per correre dietro alle categorizzazioni moderne: ho iniziato a etichettare ogni comportamento con patologie psicologiche e psichiatriche, per poi smettere di farlo. 

Si è passati dalla totale indifferenza rispetto a rapporti distruttivi a classificare ogni singolo comportamento come nocivo. 

Tutto il contrario di tutto. 

Quello di cui mi preoccupo ora è curarmi, crescere e donare amore: non ha importanza quale sia la misura. 

A chi? A coloro che sono disposti a investire emotivamente nel rapporto. Di chi non è disposto non mi preoccupo. 

Non farà parte della mia vita. 

Non zittisco più le mie sensazioni viscerali nei confronti delle persone, come ho sempre fatto. Colpevolizzarmi ogni volta è servito solo a rimanere in rapporti che dovevano essere chiusi. 

E la mia ferita? 

Ho analizzato tutto in questo diario. 

Sembrava che il mio procedere fosse sconclusionato e, invece, il mio inconscio procedeva per gradi durante la mia guarigione. 

Spogliava la mia anima, come in cucina facevo con le cipolle. 

Strato dopo strato. 

Sono partito analizzando l’esteticità, i rapporti più recenti fino a quelli più longevi, arrivando all’origine di quelle dannate ferite. 

Quelle cicatrici incapaci di rimanere chiuse. Si aprivano rovesciando la loro porzione di dolore, solitudine e depressione. 

Macchiando tutto quanto mi circondasse. 

Mi spingevano a ripetere quel dannato schema o era la vita a spingermi a imparare a guarirle da me? 

So solo che mi svuotavano di quanto avevo dentro. 

Un barile impossibile da riempire. Ho tentato con tutto: rapporti sbagliati, cibo ingurgitato senza limiti, anabolizzanti e alcol. 

Questi ultimi non avevano assunto un surrogato del non amore, erano stati un momentaneo palliativo. 

Avevo persino tentato di zittire la mia parte emotiva assieme alla mia capacità di percepire le emozioni degli altri.

Le avevo soffocate, ma come fuoco indomabile avevano ripreso a bruciare con maggiore enfasi distruggendomi. 

Dopotutto una era parte di me. L’altra forse l’avevo acquisita. La ferita faceva quello: si impara a capire gli altri per cogliere ogni piccola briciola d’amore. Si è affamati. 

Nel mio percorso, arrivato al nucleo centrale, all’inizio, alla mia infanzia, perché è proprio li che il cuore inizia a lacerarsi, avevo ripercorso gli anni al contrario per individuare ulteriori errori o particolarità verificatisi nel mio processo di crescita. 

Ora mi ritrovo qui. 

Non guarito, no. 

Pronto ad andare avanti.

Sì, c’è qualcos’altro di nascosto di più ontologico e genetico, ma questa è un’altra storia. 

L’importante è altro. 

Ora sono.