IL TEMPO E’ MATURO

IL TEMPO E’ MATURO

Autore: Stefano Luigi Cantoni

Immagine di Ketut Subiyanto

Giugno, da che mondo è mondo, fa rima con maturità: notti al chiaro di luna, illuminate da tramonti infiniti e cieli chiarissimi accompagnano sogni e paure di milioni di ragazzi che, in una manciata di giorni, si apprestano ad affrontare un importante step della loro vita.

Venditti ha scritto una celebre canzone a riguardo ma, al di là di ciò, vorrei soffermarmi un poco attorno alla parola “maturità” e a ciò che essa ha comunicato e, tutt’ora, comunica. In latino maturus significa “pronto per essere colto”, proprio come un frutto: pronto, verrebbe da dire in modo provocatorio, anche e soprattutto per essere mangiato.

Sì, perché i neodiplomati, mai come oggi, sono buttati in pasto a un mondo che rischia di divorarne sorrisi e ambizioni, qualità e cifre individuali uniche in nome di un appiattimento sempre più evidente.

Tale appiattimento avvolge come un manto soffocante anche chi, attorno a questi giovani, vive: sfiducia e noia sono spesso solo il sintomo di malesseri più profondi e contagiosi. La società vuole che i nostri ragazzi neodiplomati siano pronti, ma ciò difficilmente avviene.

Un Paese dove da anni si è smesso di investire nella cultura e nell’istruzione pubblica, dove chi soffre di malattie (perché così sono viste da chi teme l’intelligenza) come ha ancora curiosità sete di conoscenza è costretto spesso (se i danari di famiglia lo consentono) a emigrare per poter almeno mettersi in gioco in quello che meglio sa fare, ditemi voi, come può pensare di regalare un futuro ai maturandi?

Visioni negative, direte voi: c’è sempre speranza, per carità, però mai come oggi la maturità non è più il trampolino di lancio verso il mondo degli adulti, verso il lavoro e neppure verso l’affermazione: è un tuffo a occhi chiusi nel mare magnum del rischio e della mediocrità piatta cui si faceva cenno sopra.

Spegnere i cervelli per poter muovere burattini: ecco cosa importa a chi firma decreti ed emana leggi, perché chi pensa fa paura. E allora, prima che il frutto marcisca, finché è maturo (ma non troppo), meglio non lasciare che calabroni venefici ne guastino l’immacolata essenza in nome della solita e ancestrale necessità di sfruttare e indebolire gli altri.

Ragazzi! Urlate, fatevi sentire, gioite e soprattutto sognate, fieri della vostra “non-maturità”, perché quella sedicente degli adulti rischia di farvi scordare sia lo stupore sia l’ingenua spregiudicatezza proprie solo di chi, ancora, crede in un mondo fatto di errori, soddisfazioni, sudore, in una parola un universo umano.