FUTURO: ETIMOLOGIA DI UNA PAURA

FUTURO: ETIMOLOGIA DI UNA PAURA

Autore: Stefano Luigi Cantoni

Immagine di ThisIsEngineering

Una delle paure maggiori di cui l’uomo da sempre soffre è senza dubbio quella legata ciò che ci attende, soprattutto in quanto spesso indipendente dalle singole volontà. Bella sfida, quella con il futuro: la riflessione di oggi vuole dunque provare a indagare il senso di questo vocabolo dal significato così profondo.

Per fare ciò, non possiamo che partire dalla sua etimologia: futurus, in latino, è il participio futuro del verbo esse (essere) e indica non solo qualcosa che avverrà ma anche il tempo stesso che si manifesterà.

Nella concezione comune, dunque, il futuro sta dinanzi a noi e il passato alle spalle, in una ipotetica linea fisica e spaziale ma, come vedremo tra poco, è qui che sta forse il vero nocciolo della questione o, meglio, l’autentico motivo di tanta preoccupazione.

Essere consci di avere il futuro davanti e non poterlo toccare, vedere e (soprattutto) controllare è davvero frustrante e deprimente, oltre che terrificante: pensate un po’, abbiamo un passato che ci pesa sulle spalle sino a piegarci a terra e un futuro impalpabile da rincorrere proprio lì, a pochi passi dalle nostre mani protratte (inutilmente) in avanti.

Motivi d’ansia e paura, come vedete, ce ne sono parecchi ma, come in tutti i grandi enigmi, una soluzione c’è (non certo semplice, ma esiste): cambiare prospettiva. Facile, direte voi, belle parole, forse addirittura scontate, eppure a guardare bene tale posizione è una delle vie più efficaci per ribaltare ogni paradigma, positivo o negativo che esso sia.

Alcuni popoli originari del Sud America si sono sempre distinti proprio per questa loro capacità di spostare il focus o, ancora meglio, capovolgerlo, così da permettere a loro stessi e agli altri di rendere meno affannoso e pesante il passo lungo la strada. Per loro il passato non stava alle spalle bensì di fronte a loro, ben visibile nelle fattezze e nei contorni, ricettacolo di tutto ciò che erano stati ed erano diventati, memoria tangibile ma ormai, anche se per pochi metri, lontana e immodificabile

E il futuro, allora, dove sta? Semplice: dietro ognuno di noi. Non potendo conoscerlo, il suo posto naturale non può che essere dove l’occhio non sia costretto, di continuo, a cercare di scovarlo. Suona strano, lo so, ma del resto ogni azzardo (e vivere sereni è forse il più ardito) richiede uno sforzo superiore, uno slancio definitivo, un sogno matto.

Visione folle e al tempo stesso lucida (per usare un ossimoro caro a Cervantes) che spinge il sottoscritto a una necessaria provocazione: se il futuro non possiamo controllarlo e nemmeno prevederlo, idealizzandolo alle nostre spalle potremmo forse, dico forse, riscoprirlo come insospettabile alleato.

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