DO YOU SPEAK ITALIANO?

DO YOU SPEAK ITALIANO?

Autore: Lorenzo Grazzi

Giornate frenetiche tra conference call e breafing, nemmeno un tempo per un piccolo break che è già ora del personal trainer e tra una cosa e l’altra il week end arriva in un attimo. Meno male! Sveglia tardi, un branch veloce che poi devo fare jogging e via di shopping. Con questi ritmi mi ci vorrebbe una vacanza all inclusive!

Avete mai fatto caso che a volte usiamo l’inglese assolutamente inutilmente? Probabilmente sì, è un tema trito e ritrito. Perché usare parole in inglesi quando hanno un corrispettivo in italiano?

Non credo che esista una sola risposta. Prevalentemente perché ci fanno sentire più importanti. Dire che siete un Quality and Regulatory Compliance Manager alza l’autostima di chiunque… certo nessuno sa con esattezza quale sia il vostro ruolo, ma probabilmente fa parte di quell’aurea di mistero che volete creare attorno alla vostra figura. In questo caso la lingua è sfoggiata come il mantello di Batman.

Nel mondo sono oltre 378 milioni le persone che parlano inglese come lingua madre (1 miliardo e 400 milioni se contiamo anche la seconda lingua). Dunque l’inglese è proprio utile per comunicare.

Certo, non ci sono dati effettivi su quanto sia realmente padroneggiato come idioma. 

L’inglese è una lingua strana che nella stessa Inghilterra ha una connotazione sociale più che regionale. L’inglese perfetto è quello delle classi più agiate, poi si imbastardisce mano a mano che cala il ceto sociale. Lo consideriamo lo stesso?

L’americano poi è una lingua quasi a sé, ulteriormente intorpidita dagli immigrati stranieri ed ecco che spuntano slang e il temibile spanglish. Lo consideriamo comunque?

Ci sono poi tutti gli altri: le ex colonie, per esempio, che parlano il loro inglese e che a volte fanno fatica a comprendersi con quelli del Paese vicino.

Poi ci siamo noi. Italiani figli di Dante, della lingua dei padri ereditata dai latini e dalla loro cultura. In Italia il 47% delle persone (quasi uno su due) soffre di analfabetismo funzionale. In pratica sa leggere ma non capisce il senso del testo. Ma allora perché usare termini stranieri per farsi capire? E siamo sicuri di usarli nel modo corretto?

Nel nostro Paese il 66% delle persone dichiara di parlare inglese, una percentuale piuttosto alta e questo ci fa onore. Peccato che invece per l’EF, azienda che si occupa dello studio delle lingue straniere, l’Italia si colloca al 23° posto della classifica dei Paesi che conoscono meglio la lingua della regina. Per fare un paragone siamo messi come Cina, Taiwan, Brasile e Spagna, nazioni che tutto sommato non hanno nemmeno molto interesse per l’inglese.

Insomma, ce la cantiamo e ce la suoniamo, felici di sapere che the cat is on the table, ma incapaci di  dare indicazioni stradali a uno sventurato straniero che non trova il proprio hotel.

Purtroppo questa tendenza è in aumento e ad oggi non pare ci siano soluzioni all’orizzonte se non la buona volontà dei singoli.

Nelle grandi aziende viene richiesta la competenza linguistica a livelli molto alti, fuori dalla portata della maggior parte degli studenti medi, con il risultato che si preferisce affidarsi a manager stranieri e consegnare a chi padroneggia l’inglese (perché è la sua lingua madre) posizioni di rilievo.

Per intenderci, se non conoscete l’inglese non potete nemmeno lavorare in un call center, ma potete puntare alla carica di ministro (sì, la nostra democrazia non prevede capacità linguistiche per queste mansioni… tanto ci sono i traduttori sottopagati per sbrogliare la faccenda).

In Italia si parlano ben 33 lingue straniere per motivi regionali (da ladino al bavarese, dallo sloveno al corso), a queste si devono aggiungere quelle importate dagli stranieri, nessuno dei quali ha l’inglese come lingua madre, per altro.

E gli stranieri non sono pochi. L’immigrazione, in particolare dall’Africa, ha arricchito l’Italia di numerose lingue che spesso nemmeno noi capiamo, che non studiamo e che temiamo. 

Una vera e propria invasione che è sempre sulla cresta dell’onda delle campagne elettorali e della classe politica in generale. 

Il timore dello straniero come contagio: portano le malattie… (poi è arrivato il covid e tanti saluti), vogliono le moschee… (e scatta la rivolta cittadina per impedirle perché giusto in quel momento ci viene in mente che siamo un Paese profondamente cattolico con radici cristiane… certo, a messa non va più nessuno e a quanto pare nemmeno a scuola, se no sapremmo delle radici pagane di latini, etruschi, galli e compagnia bella).

La lingua, primissimo ponte culturale, è tranciata. Se non capisco quello che dicono come posso pensare di integrarli? Anche perché arrivano in massa per invaderci, per cancellare la nostra cultura, lo dicono al telegiornale che noi tutti, analfabeti funzionali, guardiamo.

Certo, dire breafing al posto di riunione preserva le nostre radici linguistiche. Così come fare un break al posto della pausa. 

Viene da chiedersi chi sia il vero invasore culturale: quello che arriva parlando una lingua diversa, o quello che si insinua nel nostro modo di comunicare.

Dopo la Brexit (contrazione inglese e terribile), il primo Ministro inglese consigliò all’Europa di puntare sullo spagnolo come lingua comunitaria. Una scelta tutt’altro che sbagliata considerando che è la lingua madre di 442 milioni di persone nel mondo rappresentando oltre il 6% della popolazione globale (a fronte del 5% dell’inglese). Ma noi resistiamo. Oggi nelle scuole italiane si studia (male) una lingua straniera che in Europa è lingua madre unicamente dell’Irlanda.  

Ricordate gli Europei di calcio (sport inglese per altro) del 2021? La finalissima Italia-Inghilterra che vincemmo ai rigori? Ecco, forse quelli che hanno vinto davvero non siamo stati noi.