DIALOGARE: UNA PROVA DI EDUCAZIONE

DIALOGARE: UNA PROVA DI EDUCAZIONE

Autore: Stefanio Luigi Cantoni

Ripassando i miei amati classici, qualche giorno fa mi sono imbattuto nell’immenso Aristotele che, tra i suoi numerosi scritti, ci ha consegnato una massima sulla quale vale la pena spendere qualche riga di riflessione: “Solo una mente educata può capire un pensiero diverso dal suo senza la necessità di accettarlo.”

I concetti qui espressi sono vasti e oltremodo delicati tanto da analizzare quanto da trattare, soprattutto in considerazione dello spazio a nostra disposizione (non più di una paginetta), ma qualcosa possiamo provare a dire, a partire dall’aggettivo “educata”.

Nell’immaginario comune tale definizione è da intendersi come un atteggiamento rispettoso, vicino al sentire altrui in quanto spostato dalla propria solitaria e individualistica visione (in latino educare significa, infatti, condurre fuori, allontanare, fare uscire). 

Si deduce dunque come una “mente educata” sia di per sé nella condizione di comprendere un pensiero non proprio: un primo, fondamentale passo verso la tanto auspicata integrazione di cui si fa cenno quotidianamente (e meno male!)

Proseguendo nell’analisi del messaggio aristotelico (o nel tentativo di provarci…), ciò che mi ha colpito è la seconda parte della massima, quella in cui il filosofo fa cenno a due concetti oltremodo attuali: quello di necessità e quello di accettazione.

Sempre in riferimento al mondo antico, che non solo ci ha lasciato le parole che oggi utilizziamo (spesso a vanvera…) ma anche il senso vero del loro esistere, la necessità era legata a un dovere morale, a una vera e propria ineluttabilità del destino, rappresentata benissimo dal concetto latino di necessitas. Oggi siamo schiacciati da tantissime impellenze che spesso portano a derive inevitabili e non prorogabili, tra le quali anche il confronto con il pensiero altrui. Un pensiero spesso in contrasto col nostro (se non quasi sempre!), quindi non per forza da assorbire, assecondare e, soprattutto, accettare.

L’accettazione è l’acconsentire a una norma, a un giudizio, a un ragionamento; proprio questo è forse il punto più moderno dell’antichissimo frammento con il quale ho deciso di aprire queste poche righe di riflessione: l’integrazione non equivale al confondersi con qualcosa che non sentiamo nostro, ma anche arricchire quella diversità con un che di unico, personale, arricchente come la nostra esperienza, il nostro percepire il reale, il nostro reagire all’evolversi di eventi e situazioni. 

Non posso che trovarmi d’accordo con Aristotele su quanto la vera differenza tra chi è educato e chi no stia forse proprio nel saper “far spazio all’altro” nel proprio ordine di cose senza dover ricorrere all’auto annullamento, alla rinuncia o, peggio (dolore modernissimo, ahimè!) a un mero copia-incolla di qualcosa già visto e sentito.

Unicità nella diversità, apertura nella consapevolezza della propria cifra umana ed esistenziale: sfide non da poco, che vale perlomeno la pena di affrontare poco per volta, giorno per giorno, nella speranza di lasciare una traccia nella sabbia in grado di resistere al vento della mediocre uniformità.