ALESSANDRO MANZONI E IL 5 MAGGIO (1785-1873)

ALESSANDRO MANZONI E IL 5 MAGGIO (1785-1873)

Autore: Gianluigi Chiaserotti

Cade quest’anno, ed esattamente il 22 maggio, il centocinquantesimo della morte di Alessandro Manzoni.

Lo si ricorda sempre ed essenzialmente per svariate uniche opere, come quel capolavoro che è il suo romanzo “I promessi sposi”, dove il Bene, il Male, la Provvidenza si intrecciano lungo tutta la narrazione.

Invece voglio ricordare il Manzoni attraverso qualche modesto pensiero su il “Cinque Maggio”, ode civile composta, quasi di getto, alla notizia della morte di Napoleone Bonaparte, la cui vicenda terrena viene quasi rievocata con forti accenti epici. 

Il ritratto del potente, sconfitto e umiliato, che al termine della sua vita approda alla fede religiosa, comprendendo infine la propria vicenda terrena nell’ordine provvidenziale della storia (uno degli aspetti del Romanticismo), spiega i toni lirico-religiosi del componimento, fondato su una colta ed aulica trama di natura lessicale e di derivazione biblico-patristica nonché liturgica, nonché in parte ispirato alle orazioni funebri dello scrittore, vescovo cattolico, teologo e predicatore francese.Jacques Bénigne Bossuet (1627-1704) [ed arricchito da rimandi danteschi (cfr. Frare 2017, pp. 186-187) ma pure presenti, e rilevate dal contrasto, del classicismo e neoclassicismo]. 

A livello formale, i tratti distintivi del componimento sono il dinamismo della rievocazione narrativa, la scansione vibrata e musicale delle strofe, ed in generale un’intensità melodica, che – a cominciare dal celebre incipit – si basa su una rete di echi interni diffusi lungo tutta l’estensione del testo (cfr. v. 1, «Ei fu» e v. 108, «posò», con una sola parola per verso, dice tutto). 

Cronologicamente collocato al crocevia tra le esperienze di scrittura delle tragedie e del romanzo, il “Cinque Maggio”, pur nella sua singolarità, costituisce inoltre la cornice lirica entro la quale si definiscono alcuni temi topici della poetica manzoniana, come, su tutti, quello dell’autorità e della gloria umana ridimensionata dalla gloria divina; constatazione da cui dipendono il tono da inno sacro e il carattere “esplicitamente parenetico” delle quattro strofe finali.

Nell’ode, il poeta annuncia, senza mai nominarlo, la morte di Napoleone.

La condizione di immobilità delle sue spoglie mortali è paragonata a quella della terra, colpita dalla notizia della scomparsa dell’imperatore, del Re di Roma e d’Italia, ma soprattutto del condottiero, ammutolita al pensiero della sua ultima ora ed incapace di prevedere quando una simile orma umana verrà di nuovo ad imprimersi sulla sua polvere insanguinata. 

Il poeta, che ha taciuto sia quando ha visto Napoleone al culmine della sua potenza, sia quando, con continui rivolgimenti di sorte, egli è stato sconfitto, per poi tornare grande ed essere quindi definitivamente piegato («cadde, risorse e giacque», v. 16), si è astenuto tanto dalla lode servile quanto dall’offesa: ma ora, commosso di fronte all’improvviso spegnersi di un raggio così luminoso, innalza sulla sua tomba un canto che forse rimarrà eternamente vivo.

Dall’Italia all’Egitto, dalla Spagna alla Germania, ogni progetto di quell’uomo risoluto ha trovato una fulminea realizzazione; si è manifestato così dalla Sicilia alla Russia, dall’uno all’altro mare, e ciò chiaramente ai vv. 25-30:

«Dall’Alpi  alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.
»

Ma fu vera gloria? 

Ecco i vv.31-36:

«Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui

Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.
»

Quel “Massimo Fattor” è certamente dantesco («Giustizia mosse il mio Alto Fattore», Inf. III, 4)

Si accetti la volontà di Dio, che ha impresso in Napoleone un segno del suo spirito creatore.  Tanto è vero che egli sperimentò tutto: la gioia di un grande progetto, l’ansia di un animo indomabile che obbedisce e intanto pensa al comando, lo raggiunge e ottiene una ricompensa in cui era folle sperare; la gloria, maggiore se acquisita con il pericolo, la fuga e la vittoria, il dominio assoluto e l’esilio solitario.

Egli stesso si proclamò imperatore: due secoli, in contrasto tra loro, si rivolsero a lui sottomessi come per attendere una decisione sul loro destino; egli impose il silenzio, come un arbitro.

E ciò nonostante sparì e finì i suoi giorni nell’inattività, in una piccola isola, ancora fatto oggetto sicuramente di enorme invidia, di compassione profonda, di odio inestinguibile e di amore incondizionato. 

Come le onde del mare in tempesta incombono e premono sul capo del naufrago, che poco prima su di esse cercava inutilmente di scorgere sponde lontane, così sull’anima di Napoleone pesò il cumulo dei ricordi: quante volte egli tentò di narrare per iscritto la sua storia ai posteri e quante su quelle pagine dal valore eterno si arrestò stanca la sua mano. 

Ed è qui che ritroviamo senza dubbio l’Ulisse dantesco (Inf., XXVI).

Quante volte, al calare della sera di un giorno inoperoso, abbassati gli occhi fulminanti e a braccia conserte, egli si fermò e fu assalito dalla memoria del passato.

Ripensò agli accampamenti militari, alle trincee abbattute, al lampeggiare delle armi, all’assalto della cavalleria, agli ordini concitati, all’immediato ubbidire dell’esercito. 

Forse di fronte a un dolore tanto grande, l’animo spossato disperò e si spense; ma venne in aiuto dal cielo una mano che pietosamente lo trasportò in un’atmosfera più respirabile e lo pose sulla via dei sentieri fioriti della speranza; ai luoghi eterni e al premio che supera ogni desiderio, dove la gloria umana tace ed è oscura. 

Oh Fede, beltà immortale, portatrice di bene e trionfatrice, segna anche questo tuo successo e rallegrati perché mai uomo più grande si umiliò di fronte alla croce; allontana dagli stanchi resti mortali di Napoleone ogni parola di condanna: il Dio che fa disperare e risorgere, che dona dolore e consolazione, non potè non riposare sul letto di morte accanto a lui.

Il metro dell’ode è a 18 semistrofe di 6 versi l’una con schema: a “bc”bd”e’ f”gh”gi”e” (versi settenari, di cui il primo, il terzo e il quinto sdruccioli liberi, il secondo e il quarto piani rimati, il sesto tronco in rima con il sesto verso della strofa seguente; la cadenza tronco-ossitona che conclude le strofe cambia ogni quattro o due strofe, secondo la sequenza: “sta-verrà, ha-morrà”, “mar-stampar”, “sperar-altar”, “lor-amor”, “invan-man”, “sovvenir-ubbidir”, “trasportò-passò”, “chinò-posò”). 

Lo stesso metro si trova nel secondo coro di “Adelchi”  ha punti di contatto con quelli impiegati per “Il Natale” e “La Pentecoste”.

L’ode è conservata da tre manoscritti autografi e da numerosi altri apografi, solo in parte da ascrivere al ramo tradizionale riconducibile all’autore. 

Il “Cinque Maggio” è la storia umana di una vicenda immensa, che il genio di Alessandro Manzoni, grande Patriota, contrae in pochissime strofe: una marcia epica, ma anche soprattutto sacra dinanzi alla volontà di Dio. 

Ed il finale di codesto canto epico a ritmo di danza, solleva Napoleone fuori dalle parole, non per quella gloria umana che egli raggiunse; ma per aver come gli umili piegato il ginocchio dinanzi a Dio (ed ecco nuovamente l’Ulisse dantesco): il più potente degli uomini si chinò dinanzi alla Croce. 

E ciò ai versi finali (103-108):

«Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.
»

Scrive limpidamente, tra l’altro, lo storico della letteratura italiana Francesco Flora (1891-1962): «[…] Veloce, intensa, infinita come un cielo sereno, ma ove un vento che diresti anima del mondo, sembra ravvicinare nel suo corso le stelle, la parola manzoniana conta sulla potenza ideativa più che sul suono: e costruisce con un senso di eterno.».

Bibliografia – 

Francesco Flora “Storia della Letteratura Italiana”, Arnoldo Mondadori Editore, XI Edizione, 1959, Volume IV, “Alessandro Manzoni”, pagg. 222-224;

Benedetto Croce “La Letteratura Italiana” (per saggi storicamente disposti a cura di Mario Sansone), Edizioni Laterza, Bari 1963, V Edizione, “Alessandro Manzoni”, passim;

Pierantonio Frare “Manzoni Alessandro, Inni sacri e odi civili”, Milano, Centro nazionale studi manzoniani, 2017, passim;

Gilberto Lonardi (a cura di)  e  Paola Azzolini (per il commento e le note) “Manzoni Alessandro, Tutte le poesie, 1797-1872”, Marsilio, Venezia 1992, (testo alle pp. 201-204, note alle pp. 411-424).